In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
Commento
Vieni Santo Spirito, vento gentile, calma le tempeste del mio cuore e donami di ristorarmi tra le braccia di Dio.
Mi colpisce che la vera sapienza, secondo Gesù, non nasce dal sentirsi arrivati, ma dalla capacità di lasciarsi stupire e di accogliere. Il Signore non promette una vita senza fatica, non dice che eliminerà ogni peso, ma offre una presenza: non siamo più soli a portare ciò che ci pesa. Ci invita a consegnargli le nostre paure, le nostre fragilità, le nostre fatiche quotidiane. Il “giogo” di Gesù è particolare: non è un peso che schiaccia, ma un legame che accompagna. Imparare da Lui significa scoprire un modo nuovo di vivere: con mitezza, senza dover sempre dimostrare qualcosa, senza lasciarsi consumare dal bisogno di essere perfetti agli occhi degli altri. Questo brano mi fa pensare a quante volte cerchiamo riposo nelle cose sbagliate: nel controllo, nel successo, nel riconoscimento degli altri. Gesù invece propone un riposo più profondo: quello di chi sa di essere amato. Il suo cuore “mite e umile” diventa un luogo dove poter tornare quando la vita diventa pesante. Allora mi domando: quale è il peso che sto vivendo da solo senza lasciare che Lui mi ristori?
Oggi mi ritaglio cinque minuti per andare in chiesa e scrivere su un biglietto una fatica che voglio affidare al cuore di Gesù.