In quel tempo, stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala.
Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.
Commento
Vieni Santo Spirito e donami l’amore che solo permette di stare sotto la croce.
La festa di oggi, dedicata a Maria addolorata, fa il paio con quella dell’esaltazione della croce, di ieri. Ma come è possibile tenere nella stessa frase parole come “dolore” e “croce” con “festa” ed “esaltazione”? Per molto tempo il Cristianesimo ha vissuto nell’equivoco di essere una religione che predica “l’amore per la sofferenza”, quando in verità tollera la “sofferenza solo per amore”. Non è godimento del dolore per sé stesso, ma è celebrazione dell’amore che proprio nella sofferenza si sprigiona ancora più forte. Non è nemmeno “oppio dei popoli” che anestetizza e sottrae dalla storia e dal mondo, ma chiede di incarnarsi sempre più e di starci con quanto più amore possiamo. Di fronte all’enigma e all’insensatezza del dolore e della morte non sappiamo che dire o che fare; Maria invece, ci mostra che la risposta migliore è “stare” che significa “esserci”, “abitare” e “farsi carico”. Lei rimane quando quasi tutti scappano. “Stare”: voce del verbo “amare”. Tutto questo potrebbe però essere solo una magra consolazione, se non fosse che Gesù trasforma la morte in qualcosa di fecondo. Non trattiene per sé e non chiude, ma dona tutto ed apre a nuove possibilità di figliolanza. Maria, nuova Eva, diventa nuova madre dei “viventi in Cristo”. Come mi dispongo io di fronte al dolore mio e degli altri?
Oggi sosto anche io ai piedi del Crocifisso e prego con lo “Stabat Mater” o più semplicemente l’Ave Maria.