In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?».
Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse:
«In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me.
Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli.
Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita? In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. Così è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda».
Commento
Spirito Santo, donaci occhi semplici per vedere il Regno e un cuore umile per entrarvi come bambini.
Quasi fossero sul palco di un talent show, i discepoli fanno a Gesù una domanda decisamente competitiva: "Chi è il più grande nel regno dei cieli?" Una domanda che tradisce un fraintendimento profondo. Ancora una volta, immaginano il Regno di Dio come una struttura piramidale, dove contano il ruolo, la posizione, il merito. Ma la logica di quel Regno è completamente diversa: non si basa sul primeggiare, ma sulla conversione quotidiana. Non su chi sale più in alto, ma su chi sa farsi piccolo. Gesù spiazza tutti. I discepoli si aspettano forse una classifica, un nome, un modello da imitare. Invece no: Gesù chiama un bambino, lo pone in mezzo a loro e dice che è lui il più grande. Un gesto che, all’epoca, risulta rivoluzionario. Perché nella cultura del tempo il bambino non aveva alcun potere, nessun diritto, nessuna influenza: era simbolo di dipendenza, fragilità, invisibilità. Essere come bambini non significa regredire ma smettere di fingere, perdere la pretesa di controllare tutto, togliere la maschera. Significa abbandonarsi, fidarsi, riconoscersi bisognosi. Significa tornare a quella verità essenziale che, forse, da sedicenti “cristiani maturi” abbiamo dimenticato. Ma io, oggi a chi assomiglio? Ai discepoli ambiziosi in cerca di un riconoscimento oppure al bambino semplicemente bisognoso di fidarsi e di affidarsi?
Voglio imparare ad affidarmi davvero, non solo a parole. Oggi proverò a consegnare a Gesù almeno una preoccupazione che tendo a controllare da solo: un pensiero, un progetto, una relazione, una paura. Nel momento in cui sento l’ansia salire o la voglia di gestire tutto, mi fermerò, anche solo per un istante, e dirò, affidandomi come un bambino: "mi fido di Te, Gesù."
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